
I suoi 10 anni da vescovo li dedica alle persone, ai loro volti “diventati Vangelo senza nemmeno saperlo”, ai poveri, ai giovani. E a Napoli, “diventata carne della mia carne, città ferita e bellissima, dove ogni giorno la croce e la risurrezione sembrano sfiorarsi nei vicoli, nelle periferie, nei condomini, nelle piazze, negli occhi di chi cade e trova qualcuno disposto a rialzarlo”.
Don Mimmo Battaglia festeggia 10 anni dal giorno in cui Papa Francesco, ( il 3 settembre 2016), lo nominò vescovo di Cerreto Sannita- Sant’Agata de’ Goti. Lo fa con emozione, in una Cattedrale piena di fedeli, sacerdoti diaconi, religiosi. È a loro che va il primo pensiero del prete di strada. Il sindaco Manfredi lo ha incontrato prima della messa e gli ha regalato una pisside. Presenti il prefetto Michele di Bari, l’assessore al Turismo Teresa Armato.
“Il mio cuore questa sera non gronda di anni, ma di volti, di storie, di ferite, di gioie. E forse è proprio questo il modo più vero di vivere un anniversario: non contare il tempo che è passato, ma riconoscere i volti che quel tempo ci ha consegnato. Volti incontrati, volti amati, volti autentici, volti che hanno lasciato una traccia. Volti che, spesso senza nemmeno saperlo, sono diventati Vangelo”.
I volti, le persone che hanno illuminato il percorso di fede di Don Mimmo. “Ho davanti in questo momento i nostri ragazzi, i giovani –dice- spesso fanno fatica a vedere l’aurora, a causa di un mondo adulto che ha loro occultato l’orizzonte. Ma i giovani sono il presente. Sono il presente della storia e, soprattutto, della Chiesa. Sono il termometro della nostra autenticità”.
Le sue parole sono per i ragazzi di Cerreto Sannita, nelle comunità di recupero dove Battaglia ha speso gran parte della vita sacerdotale. Ma il pensiero va anche ai ragazzi della Sanità, di Scampia, Forcella, Quartieri Spagnoli. E’ qui che il vescovo degli ultimi squarcia il velo e racconta la verità delle vite di quei giovani, come di chi sa perché ha visto quelle realtà: “Ragazzi dai destini sospesi. Ragazzi sedotti dalle sirene della criminalità, quando la criminalità diventa l’unica promessa di appartenenza. Ragazzi schiacciati dalla mancanza di lavoro, di opportunità, di adulti capaci di credere in loro. Ragazzi che portano dentro un deserto emotivo, ma insieme una sete di vita così grande da fare paura”. Per loro, don Mimmo parla e chiede a gran voce speranza. Speranza per il futuro che tanto spesso qui è sempre più lontano.
“Sorelle e fratelli, dobbiamo aiutare i nostri giovani a non lasciarsi rubare la speranza – prosegue – E ai giovani dico: non permettete a nessuno di dirvi che siete sbagliati, di convincervi che per voi non c’è spazio. Siate giovani capaci di sognare in grande e di lottare perché questa società possa davvero cambiare. Credete in voi, nella forza della vita che c’è dentro di voi. Quella forza è la tenerezza di Dio. Non datevi mai per vinti, cambiare è possibile. Amate Cristo, amate la vita, e amate i poveri! Amate coloro che il mondo scarta e che il Vangelo mette al primo posto”.
I poveri, sono la lanterna che illumina il buio. “Se questa sera guardo a questi dieci anni da vescovo, posso dirvi con assoluta certezza che i miei veri maestri di teologia non sono stati soltanto i libri. Sono stati i poveri. Quelli che non hanno voce. Quelli che nessuno ascolta. Se guardo indietro, non vedo scadenze, traguardi o bilanci. Vedo frammenti preziosi di vita, incastonati dallo Spirito in un mosaico ancora incompiuto. Vedo la terra amata di Cerreto Sannita, Telese e Sant’Agata de’Goti, dove ho imparato a essere un pastore che cammina in mezzo alla gente. Vedo paesi che custodiscono una sapienza antica e, insieme, la ferita silenziosa dello spopolamento. Vedo anziani rimasti soli, famiglie che resistono, giovani che partono, comunità che cercano ostinatamente ragioni per restare”.
E poi, Napoli. “Una città che non ti permette di restare spettatore. Napoli ti prende, ti scuote, ti mette davanti alla vita e alle sue contraddizioni. Ti chiede di scegliere da che parte stare. Ti chiede, chiede a noi, Chiesa di Dio, di essere incontrata sul serio, senza infingimenti. E l’incontro, lo sappiamo, porta sempre con sé il profumo dell’inatteso, ma anche la polvere della strada, la fatica del cammino, qualche ferita sulle ginocchia e tante domande rimaste senza risposta. Napoli mi sta chiedendo di gridare questa Parola dai tetti, di farne uno strumento di liberazione per un popolo che ha sete di giustizia e di dignità”.
Battaglia celebra l’anniversario e al centro mette la Parola del Vangelo. “Il Vangelo è Parola viva. È Parola che entra nella carne, che brucia, che consola e insieme inquieta. E il Vangelo di questa sera ci porta sulla riva del lago. Ci porta lì dove la notte è appena finita e, forse, la notte non è finita affatto. . Forse, dopo dieci anni, è proprio questo che posso dire di avere imparato: che la fede non consiste nell’avere sempre il vento a favore. Consiste nel continuare a prendere il largo quando il vento sembra contrario. Consiste nel credere che la notte non ha mai l’ultima parola”. La speranza, infine, per continuare a credere in un futuro migliore. A Napoli, soprattutto.


