

Arriva a Napoli il maestro Luciano Tovoli, direttore della fotografia di film cult come “Bianca” di Nanni Moretti, “Bianco Rosso e Verdone” di Carlo Verdone, “Suspiria” di Dario Argento, “Il pap’occhio” di Renzo Arbore, “Il viaggio di Capitan Fracassa” di Ettore Scola, che gli fece vincere il David, con Massimo Troisi, protagonista, l’anno prima, con Mastroianni anche di “Che ora è”, altro film che lo portò a lavorare con Ettore Scola.
L’artista, 90 anni il prossimo ottobre, presenta oggi alle 17 a CasaCinema il suo unico film da regista che fu censurato e non uscì in sala negli anni ’80 “Il generale dell’armata morta” con Marcello Mastroianni, Michel Piccoli, Anouk Aimée e un esordiente Sergio Castellitto. “Una censura di stato in chiave fascista finalmente svelata”, commenta Tovoli.
A riportare alla luce la storia il giornalista di origini salernitane Antonio Caiazza, da questi trent’anni a Trieste dove lavora alla sede Rai del Friuli Venezia Giulia, nel suo libro “Una storia scomoda – La guerra segreta al film con Mastroianni sugli italiani in Albania negli anni del fascismo” (Bibliotheka).
Per questa scomoda storia coloniale, un film che fu girato poi in Abruzzo perché non fu possibile girarlo in Albania, si mossero in gran segreto le diplomazie di tre paesi, due grandi democrazie europee e un totalitarismo comunista.
Dopo la proiezione di oggi pomeriggio a CasaCinema sarà portato tra gli studenti all’università con il volume firmato da Caiazza domani martedì 26 maggio alle 10.30 al Complesso di Monteverginella, sede de L’Orientale, in vico Santi Filippo e Giacomo 21/a, con un dialogo introdotto dal prorettore Augusto Guarino, al quale prenderà parte Luciano Tovoli, Antonio Caiazza Luca Peretti dell’università di Cambridge e i docenti del L’Orientale Valentina Re e Blerina Suta.
“Luciano Tovoli arriva con il suo film a trasformare ogni spettatore in Amleto” , così accolse il film il settimanale Le Nouvel Observateur. La storia non venne fuori prima, perché, spiega Tovoli: “Eravamo stati cacciati dall’ Albania una settimana prima dell’ inizio delle riprese mentre era stato il nostro Ministro degli Esteri Emilio Colombo a forzare gli albanesi a cacciarci sotto false scuse obbligandoli a non rivelare la verità. Io comunque lo girai in Italia negli Abruzzi ma sempre segretamente tramarono per non farlo uscire in Italia. Il film uscì con grandissime critiche in 450 copie in Francia che in effetti era la produzione principale”.
Antonio Caiazza così racconta la riscoperta del film censurato” grazie al suo libro: “Eravamo fra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, la guerra fredda non passava al confine orientale, attraversava e investiva in pieno l’Italia, paese squassato dal terrorismo, dalle proteste, dai cortei studenteschi e operai, da scioperi, ancora traumatizzato dalla fine di Aldo Moro. Da una parte quel paese reale in piena ebollizione e fermento. Dall’altra un paese legale (come si diceva allora) le cui leve erano ancora saldamente nelle mani della Democrazia cristiana e di una burocrazia “antica” e conservatrice. Ho trovato per caso la lettera con cui, nel dicembre del 1980, l’allarmato e preoccupato ambasciatore italiano a Tirana riferiva al ministro degli Esteri Emilio Colombo del progetto di girare questo film in Albania, un progetto considerato antitaliano e dannoso per la nostra immagine internazionale. Si temeva addirittura una manovra francese ai nostri danni (i soldi li mettevano Michel Piccoli e Antenne 2, secondo canale della tv pubblica). Poi ho chiesto il resto del carteggio con Tirana e con Parigi: il materiale era ancora secretato. Dopo qualche mese, ho ricevuto l’autorizzazione a visionarlo… e, messi in fila, quei documenti sembrano costruire una vera e propria spy-story”.
E nel libro si raccontano le tappe di un film contro la guerra e contro ogni guerra che Michel Piccoli volle fare a tutti i costi affidando la sceneggiatura a Tovoli, un’opera tratta dall’omonimo romanzo dello scrittore albanese Ismail Kadare che racconta di un generale (Mastroianni) e un prete (Piccoli), coppia triste di pellegrini impegnati a raccogliere i resti dei soldati di una guerra ormai conclusa.
“Quando nel libro racconto dei documenti trovati fra Roma, Tirana e Parigi all’ambasciatore Sergio Romano, che di quella delicatissima operazione fu il vero regista – spiega Antonio Caiazza – mi limito a una affermazione incredula: ‘Ma ambasciatore, era solo un film…’. Ho dovuto faticare anche io per capire il perché di quel grande e segretissimo lavorio. Se da qualche parte la cosa fosse venuta fuori, in Italia ne sarebbe nato uno scandalo di enormi proporzioni: i cineasti coinvolti erano tutti di sinistra, il cinema che contava era di sinistra e immagino la reazione della stampa di quel tempo, e della politica… Eppure, si volle correre il rischio”.
La vicenda si dipana in un momento importante per la storia politica italiana. “Comincia e si incardina nell’Italia conservatrice e democristiana – spiega Caiazza -. Siamo nel 1980-1981. Governo Forlani. Emilio Colombo, esponente della corrente dorotea della Dc, riceve la lettera da Tirana e, con ogni probabilità, affida l’incarico di procedere al suo collaboratore più prossimo, Francesco Malfatti, segretario generale della Farnesina, l’apice della struttura burocratica del dicastero. Il suo nome qualche anno dopo comparirà negli elenchi della P2. Malfatti a sua volta affida l’operazione a Sergio Romano, a capo della Direzione affari culturali. Ma già a metà 1981 a Palazzo Chigi arriva Spadolini, repubblicano, e poi, nel 1983, arriva il socialista Craxi. Quando rivelo a Tovoli il tenore delle carte che ho trovato, lui è incredulo: ‘Ma come è possibile? Quando chiesi una fregata della Marina per girare delle scene, la ottenni senza alcun problema…’. Quando nel 1985 il film approda Rai Due il titolo del film viene cambiato da ‘Il generale dell’armata morta’ a ‘L’armata ritorna’”.
Ma come reagirono all’epoca di Tovoli, Michel Piccoli e Mastroianni di fronte a questa censura? “Che si trattasse di una censura – prosegue Caiazza – si è scoperto adesso, con questi documenti. Tovoli ha sempre raccontato l’aneddoto della cacciata della troupe da Tirana in cui gli albanesi di inventano il gustoso pretesto secondo il quale ‘I camion militari necessari per girare alcune scene, servivano per la raccolta delle mele’. Ma che dietro ci fossero le pesanti pressioni italiane, non si sapeva. In realtà penso che Michel Piccoli (per quel suo ruolo di coproduttore e di collegamento con Antenne 2) sia stato l’unico ad aver saputo e ad aver saputo mantenere il segreto con Tovoli e Mastroianni. Ma è troppo tardi per chiederglielo”.
L’allora critico de La Repubblica Tullio Kezich riesce a vederlo per la prima volta nel 1984 alla Mostra del cinema del Mediterraneo Valencia che scrive: “‘ L’armata ritorna’ è un film che scherza coi santi e propone un’ immagine della guerra d’Albania per la quale ai tempi di L’armata Sagapò avrebbero schiaffato tutti a Peschiera. Ma è possibile che siano timori di questo genere a impedire l’uscita in Italia? Tanto più che il film è chiaramente favolistico e metastorico, la sua macabra ironia non è tanto rivolta a una guerra specifica quanto a tutte le guerre”.


