
E’ stata determinata da “collasso strutturale progressivo” e da una “lunga catena di negligenze” il grave incidente sul lavoro in cui persero la vita tre operai, avvenuto al rione Alto di Napoli lo scorso 25 luglio.
E’ quanto sostiene nella sua relazione, depositata nei giorni scorsi, il perito della Procura di Napoli (delegato dal sostituto procuratore Stella Castaldo) chiamato a rispondere ai quesiti formulati dagli inquirenti.
Il cedimento sarebbe stato determinato da un pessimo serraggio dei bulloni e da un tubo di collegamento al muro – risultato saldato – che proprio in quel punto ha ceduto determinando, alla fine, il ribaltamento della cabina e la caduta degli operai. Una conferma, in sostanza, delle prime ipotesi.
Vittime dell’incidente rimasero Vincenzo Del Grosso, 54 anni, Ciro Pierro, di 62 e Luigi Romano, 67 anni, sprovvisti dei dispositivi di sicurezza (come le cinture di ancoraggio anti caduta e i caschi), due dei quali, tra l’altro, lavoravano in nero.
Sarebbero stati proprio loro, due dei quali neppure opportunamente formati, a installare l’impianto dal quale sono precipitati, ma nessuno avrebbe effettuato i controlli tanto che il perito della Procura fa riferimento nella sua relazione a carenze nel piano operativo di sicurezza.
L’accertamento irripetibile al rione Alto di Napoli, risale al 2 agosto 2025, quando, il montacarichi e la colonna vennero smontati e successivamente analizzati dal perito in presenza dei consulenti dei quattro indagati: due imprenditori (Vincenzo Pietroluongo, dell’impresa esecutrice, e Carlo Napolitano, dell’azienda dalla quale è stato noleggiata la piattaforma), l’amministratore del condominio in cui si verificò la tragedia, Luca Luciani, e Gianluca Di Franco, responsabile della sicurezza del cantiere.
Agli indagati la Procura di Napoli contesta il reato di omicidio colposo. Per l’ingegnere “la lunga catena di negligenze tecniche e procedurali ha annullato i margini di sicurezza della piattaforma, rendendola intrinsecamente instabile e pericolosa per la pubblica incolumità”.
La causa primaria dell’accaduto è riconducibile nel “collasso strutturale progressivo della colonna del montacarichi, innescato dalla perdita di efficacia del bullone in trazione (moltissimi quelli che si potevano svitare addirittura con le mani) nel collegamento tra i tralicci, con successivo cedimento degli ancoraggi e ribaltamento della struttura”. Poi c’è stato un “evento accelerante e determinante” cioè la rottura dell’ancoraggio. Per il professionista, con “elevata probabilità tecnico-scientifica”, l’incidente sul lavoro sarebbe stato evitabile “in presenza di un corretto montaggio, adeguato serraggio e idonea configurazione degli ancoraggi”.
Il sistema di sicurezza dell’impianto “non è risultato inadeguato rispetto alle normative” ma è stato reso inefficace dall’errato montaggio. Infine è stata rilevata la mancanza di vigilanza (dei sopralluoghi avrebbero consentito di scoprire le criticità e di porvi rimedio) e l’assenza di formazione degli operatori.
Pietroluongo è difeso dagli avvocati Mauro Zollo e Alberto De Vita; Napolitano dall’avvocato Giovanni Fusco; Luca Luciani dall’avvocato Dezio Ferraro e Di Franco dall’avvocato Mattia Floccher. Gli avvocati delle parti offese sono invece Armando Cervone (per la famiglia Pierro); Andrea Cilento (per la famiglia Romano; e Gianluca Zanfardino, per una parte della famiglia Del Grosso, e Amedeo Di Pietro e Luigi Cinque per la restante parte.


