

Il rettore della Federico II entra a Poggioreale per tenere una lezione ai detenuti. Non una visita istituzionale, ma un appuntamento con la cultura e il sapere, dentro uno dei luoghi simbolo del mondo carcerario, a Napoli come in Italia. Mercoledì, alle 10, Andrea Mazzucchi sarà nella casa circondariale “Giuseppe Salvia” per parlare di Dante e dell’Inferno. Una presenza non consueta per chi guida un grande ateneo, che assume un significato particolare: portare l’università dietro le sbarre, incontrando direttamente le persone detenute e riconoscendo loro il diritto alla conoscenza.
La lezione, intitolata “Leggere l’Inferno di Dante attraverso le immagini”, rientra nel progetto “Valiamo la pena”, promosso dal Polo Universitario Penitenziario della Federico II. Un percorso tra le rappresentazioni artistiche dei luoghi, dei personaggi e degli episodi della Commedia, per rileggere attraverso le immagini uno dei testi fondamentali della letteratura. Ma anche un’occasione per riflettere su responsabilità, giustizia, colpa e possibilità di cambiamento.
La scelta di Dante non è casuale. Il viaggio nell’oltretomba è anche un percorso di conoscenza, nel quale la consapevolezza dei propri limiti e la possibilità di trasformarsi diventano decisive. «La cultura non cancella il passato, ma può contribuire ad aprire un futuro diverso», sottolinea Mazzucchi, ricordando che il diritto allo studio non può essere cancellato dalla condizione detentiva. «La formazione universitaria in carcere non è un’attività accessoria né una concessione: è una componente essenziale della missione pubblica dell’ateneo».
«L’università – aggiunge il rettore – ha il dovere di essere presente là dove il diritto alla conoscenza rischia di incontrare maggiori ostacoli. Andare a Poggioreale significa riconoscere che il diritto allo studio e alla cultura appartiene a ogni persona e che nessuna condizione può cancellare la possibilità di apprendere, di interrogarsi, di acquisire nuovi strumenti per comprendere se stessi e il mondo. Incontrare Dante in carcere significa anche misurarsi con la forza di un’opera che non smette di porre domande sulla responsabilità, sulla giustizia e sulla possibilità di cambiamento».
Il Polo, coordinato dalla professoressa Marella Santangelo, raggiunge anche gli altri penitenziari campani, con 11 corsi di laurea triennali e due magistrali, con circa cento studenti e quasi dieci laureati. Ogni semestre una settantina di docenti entra negli istituti penitenziari per svolgere le lezioni in presenza, garantendo ai detenuti un percorso universitario.


