

Scrivendo romanzi si fanno scoperte: mi è capitato due volte, con il pittore Michael de Sweerts, in “Lisario”, e con il chirurgo, scienziato, umanista Marco Aurelio Severino, ne “La babilonese”. Questa seconda scoperta la devo ad Aurelio Musi, già in precedenza narratore del geniale medico di Tarsia, che di recente ha dedicato a Severino un intenso e appassionato libro, “Il ‘medico a rovescio’.
Marco Aurelio Severino nell’Europa del Seicento” (Rubbettino). Attenzione, “Il medico a rovescio” non è, come sempre quando Aurelio Musi scrive, un semplice trattato storico ma un affascinante ritratto d’epoca utile, ad esempio, per rileggere il Molière de “Il malato immaginario” o Cervantes, che con “Il dottor Vetrata” ne “Le novelle esemplari” dice molto della professione medica moderna ai suoi albori. Poco si immagina, ad esempio, che la medicina fra Cinque e Seicento fiorisca soprattutto in provincia e in particolare nelle province calabresi: se Napoli s’ingigantisce sotto gli Spagnoli, la provincia, pur divisa in stati feudali, produce filosofi celeberrimi ma anche scienziati di dimensione europea.
Nella Tarsia di Severino lo studio si nutre di fermenti internazionali, formando una nuova classe scientifica, destinata a Salerno e a Napoli. Ed è significativo che Musi faccia notare come i più grandi anatomisti del tempo siano anche e sempre chirurghi (e provinciali): la triade composta dal fiammingo Vesalio, dal marchigiano Eustachio e dal calabrese Severino disegna il futuro della medicina moderna: ed è straordinario che una figura come Severino sia ignota oggi anche ai medici, oltre che ai lettori comuni, a causa di una mole immensa di sue opere in latino che attende traduzione. Il meccanismo dell’oblio parte già dal Seicento, a causa di una mancata comunicazione fra scienziati e umanisti e dell’ostracismo ecclesiastico nei confronti della sperimentazione che passa con difficoltà dagli animali agli esseri umani (anche se la Chiesa autorizza l’Inquisizione alla tortura). Dietro Severino si muovono le ombre calabresi di Telesio e Campanella, mentre vanno di moda le wunderkammer (la più celebre, quella napoletana di Ferrante Imparato per altro mi perseguita da sempre, apparendo e sparendo da almeno due miei romanzi), ma non si tratta solo di maestri bensì di collaboratori e interlocutori di livello mondiale, un vero e proprio network, come racconta Musi, che collega medici, naturalisti, intellettuali, speziali (farmacisti) e barbieri (che sono di fatto medici non laureati).
Il genio di Severino si muove nell’orbita delle Accademie, in particolare quella degli Oziosi, prepara con i suoi studi (trascorsi in una vita avventurosa) le condizioni per il passaggio dalla pratica medica ippocratica a quella chirurgica sperimentale, dirigendo gli Incurabili, fra le grandi fondazioni ospedaliere che Napoli deve alla presenza spagnola in città.
Al medico geniale, che è anche scacchista (scrive un brillante trattato sull’argomento), scrive direttamente Campanella, di cui Severino era stato allievo, per raccomandare un amico malato: e questa è solo una minima traccia di un epistolario mastodontico e inedito, che Severino produce con ogni pensatore e ricercatore di spicco del Seicento, ad esempio con Harvey, scopritore della circolazione sanguigna.
Pioniere della chirurgia vascolare, è, in fine, per mera invidia, accusato di peggiorare sintomatologie dolorose, di essere un interventista, di “medicar crudo”: a denunciarlo sono i suoi stessi assistenti, accusandolo sia di crudeltà che di presunte inosservanze religiose. Insomma, una vita fuori schema in un tempo di vite eccezionali. Severino si difende con una brillante satira del cattivo medico, il “medico a rovescio”, nella sua sola opera in italiano; “Chi desidera essere tenuto gran medico, impari innanzitutto a parlare oscuro”. Non si sente una certa aria d’attualità? Come sempre, Aurelio Musi ci mostra il rovescio di noi e di oggi: la Storia come andrebbe sempre insegnata.
Fonte: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2026/06/06/news/severino_una_storia_del_seicento-425393648/?rss


