

Ognuno di noi, nel proprio spazio quotidiano, contribuisce a costruire l’idea di una società giusta. E, nonostante sia oggi difficile stabilire cosa far rientrare sotto l’ombrello di ciò che definiamo “giusto”, senza cadere nella retorica di voler a tutti i costi individuare uno schieramento politico, non si dovrebbe altresì dimenticare come la libertà individuale sia imprescindibile da quella collettiva
In questo senso, si forma il tessuto collettivo. Eppure, spesso semplifichiamo: dividiamo il mondo in buoni e cattivi, come se bastasse una linea netta per orientarci. La realtà è più complessa, e le persone si muovono in zone grigie, attraversate da paura e desideri di riconoscimento, o da impulsi di sopraffazione. Ed è proprio in queste fratture che si inserisce qualcosa di più inquietante: il fascismo, non solo come regime politico, ma come postura sociale; un modo di stare al mondo che si nutre del controllo e dell’esclusione.
Non riguarda soltanto un passato confinato nei libri di storia, ma può riemergere nei comportamenti e nei rapporti quotidiani. Non è più soltanto la dittatura di uno Stato, ma è, spesso, un atteggiamento che possiamo riconoscere nei piccoli atti di prevaricazione che negano la libertà altrui.
Lo scrittore Umberto Eco diceva che il fascismo eterno è ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili. Qualche mese fa, fuori dal centro sociale Ex Asilo Filangieri, ho vissuto un episodio che rende concreto questo ragionamento. Era finita una serata musicale, e le porte del centro erano rimaste chiuse, non per scelta degli organizzatori, ma per necessità: all’esterno c’era un gruppo di bambini, avranno avuto tra i dieci e i dodici anni. Troppo piccoli, verrebbe da dire, per comprendere davvero ciò che stavano facendo. Eppure erano lì, a inneggiare al fascismo, a gridare nomi come Trump o Mussolini, a battere sbarre di ferro contro il portone per “combattere” quelli che gli hanno insegnato a identificare come i “comunisti nemici”.
Di certo, un gruppo ridotto di bambini non sono un segnale di risalita dittatoriale, ma ci spiega al tempo stesso quanto sia ad oggi sempre più importante riuscire ad arginare un tipo di cultura che tende all’esclusione e alla sopraffazione. Un bambino di dieci anni che, intorno alla mezzanotte, è libero di aggirarsi per le strade trovando diletto nel bloccare o minacciare qualcuno per idee politiche opposte non alle sue, ma a quelle che gli hanno insegnato i genitori, è comunque un fattore da non ignorare.
In quel momento non c’era paura, una volta superati quei ragazzini nessuno arrivava alla violenza vera, perché l’intento era quello di creare spavento.
C’è, in realtà, una domanda: da dove nasce tutto questo? Come si forma, così presto, un linguaggio dell’odio e della sopraffazione? Quei bambini non erano “mostri”, né semplicemente “cattivi”, ma il prodotto di un immaginario, di parole ascoltate e ripetute senza filtri e comprensione.
Ed è forse proprio qui che il discorso torna all’inizio. Se il fascismo può essere anche un atteggiamento diffuso, allora la responsabilità è collettiva. Sta nel modo in cui educhiamo, in ciò che tolleriamo, in quello che scegliamo di contrastare, e soprattutto nella diffusione, continua, di un messaggio di liberazione che non deve mai lasciare le nostre scuole e tutte le istituzioni.
Il 25 Aprile l’Italia si è liberata dalla dittatura nazifascista, ma antifascisti e portatori di ideali democratici bisogna esserlo tutti i giorni. Perché ogni gesto, anche il più piccolo, contribuisce a tracciare il confine tra una società che opprime e una che prova, faticosamente, a essere libera.


