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Paolo Sortino, il presente del passato

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Ogni tanto si ha la fortuna di intercettare romanzi che non rispondono alle richieste del mercato ma che scaturiscono da una ricerca e da una necessità. Una necessità che si fa voce, che si fa stile, che mostra, come in questo caso, il presente del nostro passato.

“Amanti elementari” di Paolo Sortino, autore televisivo al suo quarto romanzo, uscito in un fragoroso silenzio da Einaudi è un romanzo breve e accecante: racconta un branco di primi uomini, milioni di anni fa. E racconta di un fuoriuscito dal branco. Come si racconta un tempo senza linguaggio e con poca memoria? Attenzione, ripetiamolo: milioni di anni fa esattamente come oggi, mentre una enorme quantità di dispositivi salva memorie che non interessano a nessuno e perdiamo di continuo la memoria fisica ed emotiva dell’esperienza su questo pianeta.

Qui i personaggi stanno facendo la prima esperienza di tutto: del pericolo, della morte, della nascita della vita, dei corpi propri e di altri esseri viventi, del mangiare, del dormire, dell’uccidere, della scoperta del funzionamento più elementare della vita. Una grande sfida stilistica che si conclude asciutta in poche pagine e che ci dilania: non ce la caveremo con schemi culturali, con giudizi preconfezionati, con formule interpretative. No, qui ci tocca stare passo passo con gesti, rischi e azioni che ci straziano e che non possono essere attutiti, mentre accadono, dalle nostre categorie culturali che annullano ogni giorno di più l’esperienza della vita e della morte.

Piano e quieto, ma inesorabile, Paolo Sortino ci fa vivere un’esperienza visiva, olfattiva, sensoriale ed emotiva che nessuno strumento virtuale e filmico potrà mai restituirci: ci riporta alla terribilità della parola (vivaddio, in tempi di romance risciacquati, di saghette familiari, di piagnucolose autofinzioni, di gialletti e noirini) come in Italia capita di rado (come di rado si prende l’abbrivio del vero affresco romanzesco), ad esempio nella scrittura di Giorgio Falco.

“L’agitazione si placò in una manciata di minuti perché erano di scarsa memoria. Averne poca influiva benevolmente sui rapporti sociali: impediva rappresaglie sproporzionate o scontri frequenti, che altrimenti avrebbero lasciati feriti molti esemplari con il rischio di malattia e morte a discapito della sopravvivenza del branco”.

La scrittura di Sortino mette in moto il nostro occhio antropologico, storico, documentaristico e poi lo disinnesca in esiti di poesia (“se le femmine manifestavano la passiva accettazione degli accoppiamenti combinati con un’aria spaurita delle pupille, intrappolate nelle cavità oculari come piccole prede fin troppo facili da catturare, il giovane a cui non fu assegnata una compagna esprimeva il vuoto della rassegnazione senza battere ciglia”).

Si pensa leggendo Sortino a un maestro scomodo della letteratura francese contemporanea come Michel Tournier, che riscrive in “Venerdì o il Limbo del Pacifico” la vita di Robinson Crusoe e di Venerdì in un’ottica anti romantica, analitica e freddamente disincantata. Abbiamo bisogno di questa direzione acuminata: “ma poiché il loro era uno sguardo funzionale alla vita immediata, e dunque breve nella durata, l’accettazione pure finiva presto, non sedimentava, si rinnovava in loro a ogni passo, come la provassero per la prima volta. Una risposta emotiva che capita solo a chi crede che il mondo sia come appare, chi non ha illusioni se questa sola di poter osservare la verità tutta insieme”.

E che il protagonista, anonimo Ulisse di questa remotissima Odissea, trascini con sé, senza sapere la morte, un cucciolo già cadavere, come per tenerlo in vita, leccandolo (“una vocina tra l’erba”) o che si scopra il corpo proprio e dell’altro e l’amore, l’appartenenza, leggendo si ha la sensazione di vivere l’esperienza originaria. Una cosa non da poco in questi tempi di non-esperienze moltiplicate da macchine. Il vero gesto della letteratura, alla fine.

Fonte: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2026/04/25/news/paolo_sortino_il_presente_del_passato-425305679/?rss

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