

Si spengono pian piano le luci del Campania Teatro Festival tenute accese per un mese intero, e tra le gran curiosità c’è il gusto dello scherzo che viene da lontano, portando ai nostri giorni l’invenzione della musica antica piegata ai nostri giorni. È in scena al Cortile delle Carrozze di Palazzo Reale, domenica 12 luglio, alle 21, “‘A cantata d’ ‘o ccafè di Johann Sebastian Bach”.
Per i più curiosi una invenzione da non perdere, uno spettacolo firmato da Luca Iavarone, quarantenne autore e regista napoletano. In scena Serena Pisa (Narratore), Luca De Lorenzo (Don Scendrià), Ellah March (Lisca) e l’orchestra composta dal Quartetto di Napoli: Giorgiana Strazzullo, violino, Lorenza Maio, violino e flauto, Carmine Caniani, viola, Veronica Fabbri Valenzuela, violoncello, tastiere Tom Tea. Scene e costumi Rosaria Castiglione, luci Mattia Santangelo, illustrazioni Clelia Le Boeuf.
Iavarone, come è nato questo singolare progetto?
“Da una intuizione musicale di Tom Tea che aveva iniziato a lavorare sull’aria di Lisca della ‘Kaffeekantate’; ma bisognava portare tutta la Cantata in un altro corpo teatrale, un’altra città, un’altra modalità, e Napoli ci è sembrata subito il luogo naturale di questa trasmigrazione”.
Napoli è amore per il caffè.
“È la città europea in cui una cantata dedicata al caffè può sembrare scritta ieri; qui il caffè non è una semplice bevanda, è un rito, un codice affettivo, una grammatica sentimentale”.
Bach a Napoli ci sta?
“Se non lo si colora localmente. Bisognava spostare il baricentro dell’opera, riconoscere che il napoletano non è un ornamento, ma una lingua teatrale capace di pensiero, di ritmo, di precisione, di comicità e di ferocia. Con Tom Tea abbiamo lavorato a una traduzione libera ma rispettosa, piena di citazioni, di echi, di reinvenzioni”.
Con coraggio
“Ci ha aiutati Nicola De Blasi per la revisione linguistica. Un napoletano accessibile, vivo, moderno, non un museo della napoletanità, per mettere in scena il rapporto tra comicità e potere.”
Nel 1734?
“Quando la Cantata del caffè di Bach fu composta aveva già tutte le caratteristiche di quella che sarà la macchina teatrale comico-musicale dei decenni a venire; non è soltanto un brano musicale brillante, giocoso, velocissimo, è una commedia per musica in miniatura, costruita su un conflitto domestico elementare e insieme ferocissimo”.
Cioè che storia presenta?
“C’è un padre che vuole disciplinare la figlia e una figlia che non vuole rinunciare al proprio caffè. In apparenza è una burla, ma in realtà la burla serve a mettere alla berlina una società intera”.
Con una protagonista femminile?
“Nel Settecento come in tempi più recenti se al centro della scena comica ci sono figure femminili, il meccanismo diventa problematico. Donne presentate come scaltre, manipolatrici, tentatrici, figlie del demonio, creature che possono mettere in crisi l’ordine maschile perché vogliono qualcosa, trattano, contrattano, resistono”.
Quindi?
“Quindi la colpa non è il caffè, che è l’allegoria, il detonatore, la scusa comica, la vera colpa è il desiderio, il fatto che la protagonista Lisca voglia scegliere da sola, voglia provare piacere sottraendosi alla sorveglianza del padre. Così il caffè diventa un piccolo oggetto rivoluzionario, perché dentro una tazza apparentemente innocua si concentra tutta l’insicurezza patriarcale davanti all’autonomia femminile”.
Come si è avvicinato all’oggi?
Per affrontare Bach mi sono alleato con Eduardo, Totò e Peppino, De André. Con tre intermezzi buffi originali, pensati come sospensioni, apparizioni fantasmatiche popolari dentro il corpo aristocratico di Bach. Sono tre intrusioni, slittamenti, cortocircuiti. Il primo su un balcone eduardiano, con la ‘cuccumella’, l’eco di una Napoli domestica, superstiziosa, piena di voci, di paure, di fantasmi. Il secondo nel bar di Totò e Peppino, dove anche lo zucchero diventa questione politica perché metafora di bramosia smisurata. Il terzo in una cella che richiama il mondo grottesco e servile di Don Raffaè di Fabrizio De André, un luogo dove il potere non parla quasi mai direttamente, ma viene servito e riverito. Mi servono per spalleggiarmi nella in una gigantesca (e gigantografica) decostruzione classica.”
Come incastra questi tre ‘eretici’ interventi?
“Con l’aiuto di un Narratore en travesti, interpretato da Serena Pisa. Una donna che interpreta un uomo profondamente misogino, che parla male delle donne, che fa carte false per irregimentare Lisca (Ellah March), per riportarla dentro il recinto dell’obbedienza, nel ruolo che le è stato assegnato. Il rovesciamento produce una contraddizione fortissima, da un lato c’è la tradizione del travestimento che appartiene profondamente al teatro e alla musica, dai castrati all’opera seria, dalla Zeza alla Gatta di Roberto De Simone. Dall’altro lato c’è un corto circuito contemporaneo in cui una donna presta corpo e voce al patriarcato, lo fa parlare, lo imita, lo esaspera, e così lo smonta con un personaggio che diventa comico e perturbante”.


