
Rinnovare la tradizione, far rivivere un classico si può, specie se il classico è Anna Maria Ortese con il suo racconto più bello, “Interno familiare”, e se, a farla rinascere, è Paolo Coletta, artista fra i più eclettici e completi che Napoli oggi esprime.
Compositore per la scena (il più prolifico che abbiamo oggi in Italia), attore, regista di teatro e d’opera, per l’opera anche compositore (“Il canto dell’amore trionfante”, Da Vinci Classics), Coletta ha debuttato infatti alla Festa del Cinema di Roma come regista cinematografico di un film ispirato al capolavoro ortesiano.
“Interno familiare”, contenuto ne “Il mare non bagna Napoli”, uscito con grande scalpore nel 1953, rappresenta il ritratto più intimo ed eduardiano della città del dopoguerra. In una luce turchina e natalizia, Ortese narra una fiaba nera, dove Cenerentola non svolge le faccende domestiche ma mantiene la casa, proprio come (decenni dopo Ortese) Angela Carter rivolterà al nero, in chiave femminile e femminista, Cappuccetto Rosso e Barbablù ne “La camera di sangue”.
Alla morte del padre, Anastasia Finizio eredita un negozio d’abbigliamento: gravano su di lei la gestione economica, il futuro della sorella minore Anna, malata e già fidanzata a Petrillo, e anche quella del fratello minore, Eduardo, sfaticato e fidanzato con Dora, amica di Anastasia, senza contare una madre invadente e asfissiante e una zia, Nana, rimasta “signorina” (che Coletta inscena davvero nana, con citazione implicita delle nane napoletane de “La pelle” di Curzio Malaparte).
Anastasia è un’imprenditrice ante litteram: la maschilizzazione delle donne e le dinamiche familiari di Ortese evolvono, nel bellissimo film di Coletta, in un tema potente e globale, che il volto di Marianna Fontana, cubista, arcaico e fascinoso, restituisce al punto da farci dimenticare l’età anagrafica di Anastasia nel racconto (“se non sono ancora vecchia, però sto per invecchiare”). Fontana incarna con evidenza le nuove generazioni, ancora e sempre divorate da famiglie disfunzionali.
Con la scusa di una sua presunta bruttezza e dell’età che avanza, Anastasia non è libera nemmeno di immaginare un futuro sentimentale: quando, a Natale, torna a Napoli un suo antico spasimante, Antonio Laurano, che chiede di lei, la trappola scatta. Per sopravvivere, la madre deve impedire alla figlia di vivere. È la figlia stessa, schiava del dovere, ad impedirsi la libertà che è invece concessa, anzi dovuta, alla sorella e al fratello. L’amore è, dunque, solo un remoto sogno per principesse, che la zia Nana sfoglia su riviste glamour.
Questo racconto, tessuto di parole fredde e azzurre, dove la nottata eduardiana non è mai passata, fotografa l’identità femminile congelata sotto la cappa tradizionale del Natale, l’inerzia di una società dove gli uomini stanno al balcone e le donne lavorano. La città degli stanchi, degli sfaticati, degli ammalati, dei fuchi, dove le donne portano tutti i pesi e tutti i silenzi. Alla fine, Anastasia risponderà alla madre che la richiama semplicemente: «Vengo». Insomma, “Interno familiare” è la storia di un aborto dei sentimenti in piena Natività.


