domenica, 21 Giugno, 2026
30.8 C
Napoli

Tra le rovine i germogli della vita

- Advertisement -https://web.agrelliebasta.it/la-mattina/wp-content/uploads/2021/01/corhaz-3.jpg

Qualcuno, leggendo il mio ultimo fondo, potrebbe aver pensato che finalmente mi fossi arreso. Che dopo tanti articoli sulla speranza, sull’umano, sulla possibilità di resistere al cinismo del tempo, avessi ceduto anch’io all’evidenza. In fondo, ho scritto che un mondo è finito. Che le vecchie mappe non funzionano più. Che le grandi istituzioni arrancano. Che continuiamo a chiamare crisi ciò che forse è una conclusione. E immagino perfino qualche lettore sorpreso.

La verità è che non ho cambiato idea. Anzi. È esattamente il contrario. Perché soltanto chi prende sul serio una fine può accorgersi di una nascita. Sono gli illusionisti che negano il tramonto. Sono i nostalgici che fingono che nulla sia cambiato. Sono i venditori di certezze che promettono ritorni impossibili.

La speranza, invece, è più esigente. Comincia sempre da uno sguardo lucido. Dal coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Di riconoscere ciò che muore. Di attraversare il lutto. Di non addolcire la realtà. Perché la speranza non nasce dalla negazione della notte. Nasce dalla capacità di attraversarla senza smettere di cercare l’alba. E allora lasciatemi ripartire da lì. Da quella fine. Da quel mondo che non tornerà. Perché forse il punto non è ciò che stiamo perdendo. Forse il punto è che siamo diventati così esperti nel contare le macerie da non accorgerci più dei germogli. C’è una stanza che conosco bene. Non ha un indirizzo preciso. Eppure ci siamo passati tutti. È la stanza dove finiscono le cose. Finiscono i sogni. Le amicizie. Le certezze. I lavori. Le illusioni. Perfino alcune versioni di noi stessi. La riconosci subito. Ha l’odore dei traslochi. Delle case svuotate. Degli ospedali all’alba. Delle stazioni quando il treno è già partito. È la stanza delle assenze. E ogni volta che vi entriamo ci facciamo la stessa domanda: e adesso? Forse è questa la domanda segreta del nostro tempo. Perché tutto intorno a noi sembra parlare di una conclusione. L’ordine mondiale che conoscevamo vacilla. Le democrazie arrancano. Le guerre tornano a occupare il centro della storia. Le tecnologie cambiano più velocemente della nostra capacità di comprenderle. Eppure c’è qualcosa che continua a inquietarmi. Non il cambiamento. La nostra interpretazione del cambiamento. Abbiamo interpretato le ferite del presente come prove di morte. E se fossero invece prove di parto? Se il disordine che vediamo fosse il prezzo inevitabile di una trasformazione? Se il rumore che ci spaventa fosse il rumore di qualcosa che cerca una forma nuova? La storia non torna mai. La storia inventa. Per questo i momenti decisivi raramente vengono riconosciuti mentre accadono. Noi siamo dentro. E per questo vediamo soprattutto la polvere. Non il sentiero. Eppure, se guardiamo meglio, qualcosa appare. Non nei palazzi del potere. Non nei discorsi dei leader. Non nelle piattaforme digitali. Appare nelle crepe. Lì dove la vita ha sempre trovato il modo di passare. Lo vedo nei ragazzi che cercano autenticità in un mondo costruito sull’esibizione. Nei giovani che non chiedono successo ma significato.

Nelle persone che preferiscono la relazione alla prestazione. Nella crescente nostalgia non del passato, ma dell’umano. Perché mentre tutti parlano di intelligenza artificiale, la vera domanda che attraversa il secolo è un’altra: Che cosa significa essere uomini? Le civiltà non muoiono quando sbagliano. Muoiono quando smettono di interrogarsi. Noi invece stiamo tornando a domandare. Chi siamo. Che cosa vale. Che cosa merita fedeltà. Che cosa merita sacrificio. Che cosa merita amore. Ed è per questo che, nonostante il rumore, non riesco a essere pessimista. Vedo troppo dolore per essere ottimista. Ma vedo troppa vita per essere disperato. Forse la storia, un giorno, dirà che siamo stati la generazione che ha assistito alla fine di un mondo. Può essere. Ma spero dica anche altro. Che siamo stati la generazione che ha avuto il coraggio di non scambiare quella fine per la fine di tutto. Che mentre molti continuavano a guardare ciò che scompariva, qualcuno imparava a riconoscere ciò che nasceva. Perché il futuro non si annuncia con le fanfare. Arriva come arrivano i bambini. Piangendo. Scompigliando tutto. Costringendo il mondo a fare spazio. E soltanto molto tempo dopo ci accorgiamo che quel disordine aveva un altro nome. Si chiamava vita.

Fonte: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2026/06/21/news/tra_le_rovine_i_germogli_della_vita-425425199/?rss

spot_img
spot_img

Cosa fare in città

Archivi