

L’Ambito Territoriale Sociale C06 è ufficialmente in crisi. Otto Comuni -Cesa, Carinaro, Casaluce, Gricignano d’Aversa, Orta di Atella, Succivo, Sant’Arpino e Teverola – hanno scritto alla Regione Campania per chiedere la conferma dei poteri sostitutivi previsti dall’articolo 47 della Legge Regionale 11/2007. Una richiesta netta: il commissariamento dell’Ambito non solo va confermato, ma va inquadrato in un perimetro di responsabilità che va oltre le criticità contabili. Non è un dettaglio da poco che la lettera porti la firma di tutti i Comuni dell’Ambito tranne uno: Aversa, il Comune capofila, non l’ha sottoscritta. Una nota che, di fatto, è scritta contro chi dovrebbe coordinare l’intero sistema.
Nella nota indirizzata all’Assessore regionale alle Politiche Sociali, i sindaci elencano ritardi nelle procedure amministrative essenziali, difficoltà nella gestione dei servizi per la disabilità e del Centro per le Famiglie, il mancato completamento dei progetti “Lavoro e Conciliazione”, la cancellazione di interventi già programmati. Sulla misura “Dopo di Noi” denunciano tempistiche incompatibili con una corretta valutazione dei beneficiari. Sul Fondo Non Autosufficienza, addirittura quattro graduatorie diverse nel tempo.
Il passaggio più duro riguarda però un episodio specifico: in prossimità della scadenza fissata dalla Regione per l’avvio dei poteri sostitutivi, il Comune capofila – Aversa – ha organizzato una conferenza stampa sul programma “Campania Welfare” senza alcuna condivisione preventiva con gli altri enti dell’Ambito, coinvolti solo come comparse. Un dettaglio che, nella sostanza, racconta più di mille analisi: mentre l’Ambito viene esautorato dalla gestione ordinaria, il Capofila prova a intestarsi pubblicamente un successo.
Le ragioni di questa débâcle, però, non riguardano solo numeri o procedure trascurate. A renderle comprensibili è la denuncia che il consigliere comunale di opposizione Mauro Baldascino (PD) aveva già messo nero su bianco lo scorso aprile, parlando apertamente di “fallimento di una gestione chiusa, opaca e politicamente irresponsabile” dei servizi sociali ad Aversa.
Baldascino individua un primo paradosso strutturale: il Comune capofila dispone oggi di appena un centinaio di dipendenti comunali, un numero che la stessa maggioranza ha sempre definito insufficiente persino per garantire i servizi ai soli residenti aversani. Eppure quello stesso apparato gestisce, attraverso l’Ufficio di Piano, l’intero Ambito C06: nove Comuni, circa 150.000 abitanti. “Una contraddizione evidente, che non è mai stata spiegata, perché non può essere spiegata”, scrive Baldascino, secondo cui serve solo “a mantenere un controllo politico centralizzato su risorse, affidamenti e gestione dei servizi”.
I numeri contabili, secondo la denuncia, confermano la gravità della situazione: il Rendiconto 2025 discusso di recente certificherebbe oltre 40,7 milioni di euro di residui passivi nei programmi delle politiche sociali. Significa, in concreto, pagamenti non effettuati per anni a cooperative, strutture per minori, servizi per disabili — un meccanismo, scrive il consigliere, “strutturalmente inefficiente” e non occasionale.
C’è poi il capitolo della trasparenza istituzionale. Secondo Baldascino, la nascita della nuova Azienda Consortile dell’Ambito C06 — riforma sollecitata già dalla precedente amministrazione per ridisegnare la governance dei servizi sociali — sarebbe stata ritardata mantenendo all’oscuro sia il Consiglio comunale sia la Commissione competente. Lo stesso presidente della IV Commissione Consiliare Politiche Sociali, l’organo che dovrebbe esercitare funzioni di controllo e indirizzo, non avrebbe mai ottenuto, in anni di mandato, una sola relazione sull’attività dei servizi sociali. Un quadro che il consigliere dem giudica ad alto rischio anche alla luce degli indicatori richiamati dall’ANAC: ritardi sistematici nei pagamenti, scarsa trasparenza negli affidamenti, debolezza dei controlli interni.
Letti insieme, il comunicato degli otto sindaci e la denuncia di Baldascino raccontano la stessa storia da due prospettive diverse: da un lato gli effetti — servizi bloccati, famiglie con disabili in attesa, anziani non autosufficienti senza certezze; dall’altro le cause — un apparato sottodimensionato e una gestione del welfare blindata, impermeabile al controllo democratico. Una combinazione che non può più essere ridotta a una questione di rendicontazione finanziaria. La parola passa ora alla Regione Campania, chiamata a decidere se prorogare il commissariamento — e con quali responsabilità politiche da accertare.


