

Ci risiamo. Basta una parola nuova, una foto sfocata di una nave in quarantena, un titolo scritto in maiuscolo e il nostro sistema nervoso torna automaticamente al 2020. Hantavirus. Già il nome sembra scritto apposta per inquietare: se contiene una H e finisce in virus, noi italiani ormai sentiamo direttamente il rumore delle conferenze stampa delle diciotto. Confesso che mi è successo subito, ho letto “trasmissione uomo-uomo”, “tre morti”, “allerta internazionale”, e mi si è attivato un riflesso condizionato: ansia, orticaria, trauma. Non paura sanitaria, proprio memoria muscolare; il corpo che ricorda prima ancora della testa. Manco a farlo apposta, qualche sera fa ero a cena a Napoli con Antonella Viola, immunologa, professoressa, scienziata, volto noto in tv di quegli anni terribili. La prima domanda che le ho fatto è stata quasi isterica: “Dimmi subito se dobbiamo ricomprare il lievito”.
Lei mi ha guardato con quella calma che hanno le persone competenti davanti al panico degli altri e, più o meno, mi ha detto: no, non è quella storia. Non è una nuova pandemia, non può esserlo in quel modo. L’Oms, infatti, ha classificato il rischio per la popolazione generale come basso, con trasmissione tra esseri umani limitata e legata a contatti molto stretti, non certo alla signora che ti tossisce davanti alla cassa del supermercato. E allora mi chiedo: perché raccontarla come se domani dovessimo tornare a fare il pane in casa e litigare per l’ultima confezione di amuchina? Perché la paura funziona. La paura clicca. La paura resta più del sollievo. “Nessun rischio concreto” non apre articoli; “Nuovo virus che può passare da uomo a uomo” invece sì. È una regola editoriale antica e miserabile: la serenità non fa traffico. Ma c’è una differenza tra informare e addestrare le persone al panico permanente. E forse, dopo quello che abbiamo vissuto, bisognerebbe maneggiare certe parole con più responsabilità. Perché non si tratta solo di un titolo, si tratta di milioni di persone che hanno ancora dentro una sirena accesa. Il punto non è negare i rischi, né fare i superiori dicendo “non bisogna preoccuparsi”, il punto è non usare la paura come modello di business. Perché alla fine la domanda resta questa: davvero il nostro equilibrio emotivo vale meno di qualche clic in più?
Fonte: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2026/05/10/news/ansia_da_virus-425335928/?rss


