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Autonomia differenziata, Fico riapra il dibattito

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Il referendum ha colpito la destra con la forza di uno tsunami. Sono volati gli stracci, e la presidente Meloni ha cercato nel question time del 13 maggio in Senato di riprendere l’iniziativa, lanciando la lunga volata verso il voto politico del 2027. Ha magnificato i risultati – invero opinabili – dell’azione di governo, e ha scoperto la centralità del Sud, che «non è certamente un problema da risolvere, ma è la chiave per costruire un’Italia più forte, un’Italia più competitiva e anche … un’Italia più unita».

Chi mai potrebbe affermare il contrario? Forse qualche leghista, o qualche economista del circuito Bocconi-Cattolica che ha sempre trovato ascolto a Palazzo Chigi magnificando la «locomotiva del Nord». Un segnale che si fa sul serio potrebbe venire dall’istituzione della cabina di regia dedicata, a guida Sbarra, che mette insieme esponenti di peso dell’esecutivo e i presidenti delle regioni del Mezzogiorno. È pensata per essere il perno della formulazione e attuazione delle strategie governative e del coordinamento tra i livelli istituzionali. Ma qui va fatta una riflessione.

Come si concilia la ritrovata centralità del Sud con l’autonomia differenziata (Ad)? Calderoli procede, anche senza clamori mediatici, e non c’è da illudersi che l’Ad sia messa silenziosamente in soffitta come il premierato. Nella cabina di regia prima citata siedono presidenti che in Conferenza unificata sull’Ad hanno espresso un parere contrario. Puglia e Campania hanno presentato documenti, e la Puglia ha anche istituito una commissione di esperti e studiosi a sostegno dell’azione dell’esecutivo regionale contro l’Ad. I presidenti potrebbero in un futuro forse non lontano trovarsi a impugnare in Corte costituzionale leggi approvative di intese di Ad. Chiamarli in una sede di concertazione con il governo può indurre il sospetto di una strategia utile a condizionarli, smussandone l’opposizione. Uno scambio tra il peso acquisito nella cabina e i possibili vantaggi da un lato, il danno previsto per l’Ad dall’altro.

C’è inoltre da considerare che il 13 maggio il Senato ha approvato in quarta e definitiva lettura una legge costituzionale di modifica dello statuto del Trentino-Alto Adige, che ne amplia notevolmente l’autonomia. Si introduce persino una norma che prevede un’intesa per le modifiche, superabile dalle Camere nel caso non venga raggiunta, ma “fermi restando i livelli di autonomia già riconosciuti”. Sembra di dover leggere un limite alla revisione costituzionale. Con il paradosso che in questo paese il legislatore può modificare la Costituzione ai sensi dell’art. 138, ma non lo statuto di quella Regione. E che dire del diritto di voto, che si può esercitare solo decorso un periodo minimo di residenza? Il ministro Calderoli ha parlato di un momento storico, e ricorda che la richiesta di maggiore autonomia è stata presentata a Meloni da tutte le autonomie speciali. È chiaro che altre seguiranno. Come è chiaro l’assist alle regioni ordinarie che puntano all’Ad, motivata in buona misura con l’avvicinamento a quelle speciali (cfr. in specie il Veneto).

Va infine ricordata l’approvazione in prima lettura alla Camera il 29 aprile della legge costituzionale su Roma capitale (A.C. 2564-A). Sono venute critiche puntuali dalla società civile, tra cui la non necessità di una modifica della Costituzione. Si lamenta altresì la mancanza di un confronto democratico. Anche qui il punto è maggiori poteri e risorse, con parallelo svuotamento della Regione. Non meravigliano le pretese già avanzate da Milano e Venezia. Probabilmente, anche altre città seguiranno.

È concreto il rischio che il tessuto unitario del paese si sfarini. Meloni galleggia. Giunge notizia che nel contesto della Conferenza unificata sull’Ad la Regione Emilia-Romagna ha manifestato al presidente Fico la disponibilità a un incontro per discutere e coordinare l’opposizione alle politiche di Palazzo Chigi su autonomia e connessi. L’occasione va colta, anche sollecitando la partecipazione delle altre regioni a guida del centrosinistra. Come va colto il vento della partecipazione spontanea che si è manifestata nel referendum, aprendo all’osservazione di società civile, esperti, studiosi.

Si potrebbe cominciare con un dibattito pubblico in Consiglio regionale, in cui il presidente ci informa sullo stato dell’arte e sulle iniziative assunte e da assumere. A meno che non voglia coprire le carte, informandoci – come dicono i toscani – a babbo morto.

Fonte: https://napoli.repubblica.it/cronaca/2026/05/17/news/autonomia_differenziata_fico_riapra_il_dibattito-425351460/?rss

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