

Il problema della destra italiana non è che abbia tentato di costruire una propria egemonia culturale. In democrazia è legittimo. Il problema è che ha confuso l’egemonia con l’amministrazione del consenso. Quando le istituzioni culturali vengono percepite come luoghi da presidiare più che da far crescere, non nasce una nuova stagione culturale. Si produce soltanto una instabilità fatta di divisioni, contrapposizioni e appartenenze. Gli ultimi mesi raccontano esattamente questo. Il caso della Biennale, le tensioni sulle nomine, fino al licenziamento dei vertici dello staff del ministero dopo il caso del documentario su Giulio Regeni, non sono episodi scollegati. Sono il sintomo di una crisi politica. Ogni polemica sembra consumarsi dentro la gestione degli equilibri interni, mentre resta sullo sfondo una domanda decisiva: quale idea di cultura vuole proporre oggi la destra italiana?
La destra aveva raccontato il proprio arrivo al governo come una liberazione culturale. Per anni aveva sostenuto che cinema, editoria, teatri, festival e grandi istituzioni artistiche fossero monopolizzate dalla sinistra. Ma una volta arrivata al potere, quella denuncia non si è trasformata in una proposta alternativa. Non sono emerse idee forti sul rapporto tra cultura e società, tra patrimonio e innovazione, tra identità nazionale e contemporaneità. È affiorata, invece, soprattutto una lunga sequenza di scontri interni e una gestione muscolare del consenso.
L’egemonia culturale, però, non si costruisce per decreto. Nasce quando un campo politico riesce a produrre pensiero, linguaggio e immaginario collettivo. La sinistra italiana del Novecento ci riuscì perché era radicata nelle università, nelle riviste, tra gli editori, nel cinema e nei vari luoghi di elaborazione reale. La destra italiana, di contro, ha spesso dato l’impressione di voler saltare quel lavoro lungo e difficile, tentando di passare direttamente al controllo delle istituzioni culturali.
È questa l’illusione dell’egemonia culturale. Credere che il controllo delle strutture coincida automaticamente con la capacità di orientare culturalmente un Paese. Ma il consenso amministrativo non coincide meccanicamente con il riconoscimento culturale.
Oggi il consenso culturale è fluido, diffuso e contraddittorio. E proprio dove la politica tenta di piegare simboli popolari dentro schemi ideologici, spesso si scontra con la realtà.
Napoli è il caso più evidente. Negli ultimi mesi il dibattito è spesso ruotato attorno alla figura di Sal Da Vinci, anche dopo la recente, acclamata apparizione all’Eurovision. Da lì è nata una lettura superficiale secondo cui la “vocazione matrimonialista” del suo ultimo successo rappresenterebbe naturalmente i valori culturali della destra italiana.
Ma è una lettura infondata. Più che la destra, è una parte del confronto pubblico — anche di matrice progressista — che continua a guardare il mondo popolare napoletano come inevitabilmente conservatore. È un riflesso antico e profondamente snob, che considera la matrice sentimentale incompatibile con la complessità sociale e culturale.
Sal Da Vinci non rappresenta una parte politica. Rappresenta un pezzo autentico dell’anima popolare napoletana. La sua musica parla di famiglie ma anche di fragilità, nostalgia, amore, riscatto umano. Temi che attraversano trasversalmente la società italiana e che non appartengono né alla destra né alla sinistra. Trasformarlo in una bandierina ideologica significa non capire Napoli. La città, invece, è sempre stata molto più complessa. In essa hanno convissuto cultura popolare e ricerca sperimentale, teatro d’avanguardia e melodia sentimentale, arte contemporanea e linguaggi di strada, radici identitarie e apertura internazionale. È questa contaminazione continua che rende Napoli culturalmente viva e difficilmente riducibile a uno schema ideologico rigido.
Ed è qui che il disegno meloniano mostra il suo limite più evidente. Ha pensato che bastasse occupare posizioni per produrre una nuova egemonia. Ma la cultura non è un tassello da aggiungere a piacimento. Quando prevalgono conflitti interni, tensioni organizzative e gestione ideologica delle istituzioni, il risultato risulta opposto a quello dichiarato.
E infatti oggi il paradosso è evidente. La destra italiana è al governo del Paese, ma non ne guida l’immaginario culturale. Perché gli uffici si possono pure occupare militarmente, ma la cultura sceglie sempre da sola chi vuole restare ad ascoltare.


