

Quanto conta. Quanto resta. Un ragazzo uccide per uno sguardo. Gaza passa sul telefono accanto alla pubblicità di scarpe. Donald Trump trasforma la paura in spettacolo politico permanente. I femminicidi durano il tempo nervoso di un hashtag. Le guerre diventano contenuti. I morti numeri. I bambini immagini. La rabbia produce audience. Le parole rumore. L’inferno, ai nostri giorni, dev’essere qualcosa di simile. E forse l’inferno dantesco ne sarebbe perfino disgustato. E noi, lentamente, inesorabilmente, lasciamo che la verità evapori. Gli antichi stoici usavano la parola apàtheia per indicare la libertà dalle passioni distruttive, il dominio di sé, l’equilibrio interiore. Noi invece l’abbiamo trasformata in qualcosa di molto diverso: una raffinata anestesia dell’anima. Non soffrire troppo. Non esporti troppo. Non appartenere troppo. Non amare troppo. Non indignarti troppo. Non restare troppo. È questa la liturgia silenziosa della contemporaneità. Per anni ci siamo raccontati che stavamo entrando nell’epoca delle emozioni assolute. I social pieni di rabbia, le piazze polarizzate, le guerre culturali permanenti, la violenza verbale trasformata in linguaggio pubblico sembravano dimostrare che il nostro fosse il tempo degli eccessi emotivi. Eccessi da esibizione, perché sta accadendo il contrario. È il tempo dei sentimenti consumati. Perfino l’odio si è impoverito. L’odio del Novecento era feroce, sanguinario, ideologico, terribile. Ma era ancora un odio “caldo”. Coinvolgeva. Ossessionava. Perfino il nemico contava qualcosa. Oggi invece l’altro spesso non viene nemmeno odiato davvero. Scompare. Viene neutralizzato. Espulso. Silenziato. Ridicolizzato. Rimosso dall’orizzonte emotivo. Non servono più i roghi. Basta scorrere oltre. Meglio così? Questa è la mutazione più inquietante del nostro tempo: non la crescita delle passioni, ma la loro evaporazione. La nostra indignazione dura ventiquattr’ore. Il nostro entusiasmo pochi giorni. La nostra rabbia il tempo di una story. Perfino il dolore ormai deve diventare contenuto per non sparire. Scorriamo tragedie immani accanto alla pubblicità di un resort. Scorriamo bambini mutilati tra un video ironico e una ricetta di cucina. Scorriamo guerre, naufragi, povertà salariali, deportazioni mascherate da sicurezza, tragedie trasformate in flusso continuo. Tutto passa. Nulla sedimenta. E così l’apàtheia contemporanea non è più sapienza. È distanza emotiva elevata a stile di vita. Ci avevano promesso una libertà fondata sulla liberazione da ogni vincolo: relazioni più leggere, appartenenze temporanee, identità reversibili, connessioni infinite. E in parte era necessario. Molti legami del passato erano malati, soffocanti, violenti, oppressivi. Ma nel frattempo è accaduto qualcosa che non avevamo previsto: liberandoci da tutto, stiamo diventando incapaci di restare. Non restiamo nelle relazioni. Non restiamo nelle idee. Non restiamo nelle comunità. Non restiamo nemmeno davanti al dolore degli altri. Perfino l’amore diventa una nostalgia. Non l’amore pubblicitario delle piattaforme digitali o delle canzoni usa e getta. Ma l’amore come forma intensa di presenza. L’amore che sapeva attendere, sopportare, restare, perfino soffrire. L’amore antico aveva qualcosa di scandalosamente scomodo: pretendeva fedeltà. Oggi invece la fedeltà sembra quasi una patologia culturale. Tutto deve poter essere revocabile, leggero, reversibile, sostituibile. Ma una civiltà che non accetta più di essere ferita dall’esistenza degli altri lentamente si spegne. Per questo il contrario dell’odio non è semplicemente l’amore. Il contrario dell’odio è la relazione, il legame. È la scelta di non sottrarsi. È il coraggio di lasciarsi toccare dalla vita concreta degli altri. Stiamo perdendo la profondità delle relazioni umane. E quando una civiltà non sa più legarsi, non sa più nemmeno generare futuro. Il Novecento aveva conosciuto l’odio feroce degli uomini. Il nostro secolo rischia di conoscere qualcosa di ancora più freddo: uomini incapaci perfino di odiarsi davvero, perché incapaci di appartenersi. Forte come la morte l’amore, già. Ma nel nostro tempo perfino la morte è diventata fragile, consumata nel traffico distratto delle immagini. E quando non hai più nulla di abbastanza forte capace di farti restare umano, un amore, un dolore, una fedeltà, una speranza, allora il vero pericolo non è morire. È spegnersi lentamente senza accorgersene.


