

Ho capito quanto l’estetica della sopravvivenza avrebbe inciso sul mio futuro e su quello dei miei coetanei quando frequentavo le scuole medie a Secondigliano, precisamente a Scampia. Era un istituto tutt’altro che tranquillo: la sensazione era che lì non ci fossero bambini ingenui, ma una piccola umanità già proiettata fuori, pronta a dimostrare al mondo quanto fosse preparata alla vita adulta, o a quella che, all’epoca, ci avevano fatto credere essere tale.
In quel contesto, il potere di scegliere per sé, dimostrare coraggio e impavidità valeva più di qualsiasi altra cosa. “Bambini”, agli occhi di quei ragazzini di tredici anni, erano solo quelli che non sapevano farsi rispettare. I “grandi”, gli adulti, erano quelli a cui tutti davano retta.
E in fondo era lì che volevamo arrivare: essere riconosciuti, presi sul serio. Quando parliamo di estetica della sopravvivenza, ci riferiamo proprio a questo: all’apparenza come strumento per ottenere una vita più degna di rispetto dentro quella che somiglia a una piccola giungla sociale. Rispetto ad altre culture che si sono sviluppate in quel senso (mi viene da pensare a quella giapponese) l’estetica e i suoi strati di superficialità hanno avuto la meglio sull’intelletto, diventando fattore imprescindibile di popolarità e rispetto.
La piccola umanità che abitava la mia classe della Virgilio IV conosceva perfettamente i nomi dei brand più in voga, quelli più costosi. Marchi che, a uno sguardo esterno, non erano nemmeno particolarmente belli o desiderabili. Eppure, bastava quello. Bastava indossarli, o anche solo avvicinarsi a quell’immaginario, per cambiare posizione nella gerarchia invisibile della classe. Se vestivi in un certo modo, allora potevi essere degno del loro rispetto. E, forse ancora più importante, evitare di esserne escluso.
Un’indagine sugli stili di vita giovanili parla della moda come di un potere vincolante: qualcosa che impone modelli di comportamento. Non scegli soltanto cosa indossare, scegli quanto vuoi rischiare di essere escluso.
È qui che nasce quella che possiamo chiamare un’estetica della sopravvivenza.
Non si parla nemmeno di vero lusso, ma della sua imitazione. Una strategia quotidiana: costruire un’immagine che protegga, che eviti domande, che ti permetta di attraversare gli spazi senza essere messo in discussione.
Anche se, ricordando quegli anni e quei ragazzini, nessuno veniva da una situazione famigliare così privilegiata da potersi permettere quegli abiti.
Quello che, a distanza di oltre quindici anni, non sembra essere cambiato, ma ha solo trovato nuove forme per raccontarsi, e quindi per essere misurato, è l’ossessione per uno status che idealizziamo pur non appartenendoci.
Il lusso diventa così la risposta a una condizione sociale desiderata ma irraggiungibile: qualcosa che non ci rappresenta davvero e che, molto probabilmente, non ci apparterrà mai del tutto. Una percentuale bassissima, quasi irrilevante, della popolazione mondiale è composta da miliardari. Eppure, proprio quella minima élite viene continuamente osservata e osannata da chi, con ogni probabilità, non ne farà mai parte. Basterebbe guardare i numeri: le possibilità di nascere o diventare miliardari sono infinitesimali. Eppure, quell’immaginario resta potentissimo. E così i giovani continuano a crescere inseguendo modelli che non sono fatti per loro, misurandosi su vite che non vivranno mai. Forse la vera urgenza non è imparare a somigliare a quell’immaginario, ma trovare il coraggio di sottrarsene.


