

Jovanotti è tanto felice di tornare a Napoli, nel cortile di Foqus, dove presenta davanti a 300 persone – esattamente a distanza di quattro anni da Poesie da spiaggia – una nuova avventura letteraria: Poesie da viaggio. È un’antologia di liriche, volume bis con Crocetti editore. E il compare di esplorazione è ancora una volta il traduttore Nicola Crocetti. «Desidero condividere il dono di aver ricevuto la poesia – dice Jovanotti, dosando i vocaboli – E, avendo io grande visibilità, posso contribuire a divulgarla. Le forme espressive, cinema, pittura, musica, sono indispensabili. La poesia quasi mi impaurisce, ma a libri e dischi non si rinuncia».
«Solitamente – prosegue il musicista/dj – dopo la scuola si tende ad abbandonare la poesia; io invece l’ho sviluppata e, a volte, la trasformo in canzone. Queste non sono poesie consolatorie. Ci siamo spinti in là con scelte audaci. È un piccolo progetto con zero scopi commerciali. I libri di poesia non vendono nulla – incrocia lo sguardo con il team e ridono, ndr – ma credo nelle liriche di Walt Whitman. È l’incarnazione del corpo elettrico ed è bene capire che la poesia è anche faticosa. A volte leggi e non capisci niente, altre volte il suono illumina la pagina. È un rapporto personale con questa forma letteraria, simile alla musica. La poesia resterà quando finirà la carta, nella trasmissione orale. Proprio come nacque».
“Vi accorgerete che Timbuctù non è più lontana ed esotica di Casarola” scrive (alludendo ai versi di Attilio Bertolucci, papà dei registi Bernardo e Giuseppe) nella prefazione del libro che “salpa” da Konstantinos Kavafis e alla Itaca del poeta greco chiude l’indice. «Peccato non aver incluso Canzone della bambina portoghese di Francesco Guccini e Girl from the North Country di Bob Dylan – ammette Jovanotti, all’anagrafe Lorenzo Cherubini – e i versi di Borges, a causa di accordi editoriali irrisolvibili. Ho un costante, lieve imbarazzo. So di aver poppizzato quest’arte, non ho autorevolezza accademica ma ho il mio amore e entusiasmo per i poeti. Mi riparo con il carisma di Nicola (fondatore della rivista Poesia nel 1988, ndr) e vi presento questa festa di poeti».
«È colpa della scuola, mannaggia», se i giovani non amano la poesia. Alle frasi di incipit, Jovanotti aggiunge un concetto – non un assist – da rivolgere alle insegnanti per il prossimo anno scolastico: «Ogni antologia è parziale ma qui ci sono l’Infinito di Leopardi e il prologo della Divina Commedia, Rimbaud, Stevenson e Dino Campana, Montale e Whitman. Bisogna aver fortuna a incontrare professoresse come la mia, Luisa Pinnelli. Insegnava Italiano al liceo scientifico. Ha scritto un libro su un Dante alchemico-esoterico, non badava mica all’analisi del testo. Non era allineata, lei. Ci parlava del viaggio dell’anima. Ci vogliono le persone giuste, non è l’istituzione che ti cambia. Certo, i docenti devono essere pagati bene. Servono le scintille che restano nel tempo. La scuola dell’obbligo avviene durante l’adolescenza, che è un Vietnam. Non sai chi sei, rischi il conformismo. Oggi è difficilissimo, tra pressioni enormi e troppe immagini. La mia prof diceva che la letteratura o ti serve a essere felice o non serve a niente».
Dialogando in cortile col giornalista Francesco Palmieri, nell’evento di Feltrinelli librerie, Jovanotti suggerisce il Breviario delle Indie del napoletano Emanuele Canzaniello, evoca È stata la mano di Dio di Sorrentino e lo sceneggiato tv Pinocchio di Comencini. Rivela che «da ragazzino leggevo solo fumetti, pure quelli porno», e tutti ridono a crepapelle. «Il 5 settembre ci rivediamo all’Ippodromo di Agnano per il Jova Summer Party – L’Arca di Lorè e faremo musica dalle 14 a mezzanotte. Come si esprime la gioia di suonare a Napoli, per me che amo Stop Bajon di Tullio De Piscopo/Pino Daniele e Luna Rossa? E Sergio Bruni e Roberto Murolo, intoccabili quanto Giacomo Puccini. A Napoli mi sento sopraffatto. È una città che si appropria di ogni linguaggio». Il finale è la rissa allegra con i fan, tra margherite, autografi e baci clandestini.


