

Molto efficacemente, sulle pagine di “Repubblica”, Tommaso Ederoclite scrive che “le coalizioni costruiscono le maggioranze, le culture politiche il consenso”. A Napoli, il campo largo è sceso in piazza e si è ritrovato contestato proprio da formazioni di sinistra: rivelando che neanche voto e consenso sono la stessa cosa. È un paradosso solo apparente, in una città che continua a votare a sinistra ma registra anche una massiccia fuga dalle urne.
A destra questa è considerata un’occasione: riformare la legge elettorale in modo da governare con la mani libere, trasformando un pugno di consensi in una maggioranza parlamentare schiacciante. Il calcolo è presto fatto, anche per i meno avvezzi alla matematica: il 42% dei voti (soglia che garantirebbe il premio di maggioranza), se i votanti sono appena il 44% (come nelle ultime regionali in Campania), significa raccogliere il consenso di solo il 18,48% dell’intero elettorato. A sinistra, invece, si fatica a comprendere quali siano i motivi che rendono gli elettori ondivaghi e persino antagonisti. Tanto a destra quanto a sinistra si soffre per l’assenza di leadership. Giorgia Meloni sembra un gigante, ma è solo per la statura dei personaggi che la contornano e ai quali non c’è alternativa. A sinistra, invece, sembra che si sia dimenticato che un leader degno di questo nome non va a caccia di consenso, ma lo crea. È inutile incontrare persone, movimenti e piazze quando l’unica domanda che ci si pone è “in che misura devo accontentare le loro istanze per ottenerne il voto?”. La questione centrale è la visione: fare sintesi attraverso un progetto politico che rappresenti un orizzonte comune verso cui muoversi. Insomma, nonostante abbia quasi cento anni, “La ribellione delle masse” di Ortega y Gasset è un testo che molti leader italiani dovrebbero ripassare o, più probabilmente, leggere per la prima volta.
In Italia, la visione comune è già ampiamente delineata nella Costituzione della Repubblica “una e indivisibile” come sancito nell’articolo 5. Da alcuni anni, tuttavia, il paese è sottoposto ad una potente e distruttiva spinta centrifuga di cui l’Autonomia differenziata è solo l’ultimo tassello. Nessuno parla più di questione meridionale e, nella dimenticanza, si è determinata una vera segregazione sociale. I cittadini del Sud non hanno diritto agli stessi livelli di sicurezza, salute e istruzione di quelli del Nord. Pagano le medesime tasse, ma i servizi che ricevono sono scarsi e di pessima qualità. Non hanno opportunità di lavoro, al punto che i giovani devono trasferirsi al Nord o all’estero. Pochi giorni fa, un amico mi chiedeva come fare a licenziarsi dalla scuola: per lavorare è andato a insegnare in provincia di Bergamo, come tanti altri meridionali, e con quei soldi non vive, senza contare la difficoltà di trovare casa in affitto quando i cartelli “Non si affitta a stranieri e meridionali” si moltiplicano. È andato in Belgio qualche settimana e subito ha trovato lavoro. Così ha deciso di trasferirsi, mi dice che per la prima volta dopo tanto tempo in Belgio si è sentito bene, desiderato e apprezzato.
Il fatto è che anche all’interno della sinistra sono in tanti quelli che condividono le posizioni leghiste più estreme e razziste: autonomia e soldi alle regioni più ricche e al diavolo il resto del paese. Bambini, anziani e ammalati del Mezzogiorno sono stati tutti derubricati a “meridionali” e in quanto tali causa dell’ingiustizia subita. Basterebbe questo a spiegare perché la Campania vota a sinistra pur risultando spesso disallineata rispetto alle posizioni del nazionale.
Senza unità, però, non c’è l’Italia, e senza l’Italia siamo minuscoli vasi di coccio circondati da vasi di ferro.


