

“C’è voluto del talento per riuscire a invecchiare senza diventare adulti”. Battiato cantava l’amore. Ma certe frasi scappano dalle canzoni. Si mettono a camminare da sole. E un mattino te le ritrovi davanti. Questa, oggi, disturba. Perché adulti lo siamo diventati. Abbiamo imparato come funziona il mondo. Che non si può avere tempo per tutti. Che bisogna farsi rispettare. Che se non passi avanti tu passerà qualcun altro. Che essere troppo buoni non conviene. Che chiedere scusa qualche volta significa perdere.
Abbiamo imparato. E soprattutto abbiamo imparato a spiegarci. Forse siamo diventati una società di spiegazionisti. Non so se la parola esista. Se non esiste, dovremmo inventarla. Gli spiegazionisti hanno sempre una ragione pronta. Non sono egoista: ho poco tempo. Non sono arrogante: ho carattere. Non mento: evito complicazioni. Non escludo: scelgo. Non sono vendicativo: ricordo. Non odio: sono ferito. Non cambiamo comportamento. Cambiamo vocabolario. Siamo diventati bravissimi avvocati di noi stessi.
E il tribunale nel quale ci processiamo ha una particolarità: l’imputato e il giudice sono la stessa persona. Assolti. Quasi sempre. Potremmo chiamarci anche auto-assolutori. Spieghiamo tutto, soprattutto noi stessi. E a forza di comprenderci abbiamo finito per non giudicarci più. Accade nelle grandi tragedie, certo. Un morto resta un morto finché non scopriamo da quale parte stava. Se bombarda il nemico è barbarie; se bombardano i nostri, compare il contesto.
Ma sarebbe troppo comodo cercare questa malattia soltanto nei palazzi del potere. La portiamo a casa. A tavola. In ufficio. Nel traffico. In una chat. In un condominio. Dentro una famiglia. Persino tra persone che si vogliono bene. Il collega che non salutiamo perché “se l’è cercata”. L’anziano che ci rallenta mentre abbiamo fretta. Il cameriere al quale non diciamo grazie. Il telefono che guardiamo mentre qualcuno ci sta raccontando la sua giornata.
La parola cattiva detta per vincere una discussione. Il silenzio usato per punire. L’ultima parola che vogliamo a tutti i costi. Qualche volta, pur di avere ragione, siamo disposti perfino a perdere una persona. Poi torniamo a casa vincitori. E terribilmente soli. Per un bambino sarebbe insopportabile. I bambini hanno questo difetto: fanno domande prima di imparare le risposte giuste. Perché non gli parli più? Perché non chiedi scusa? Perché quello dorme per strada? Perché guardi il telefono mentre ti parlo? Perché, se gli vuoi bene, vuoi fargli male? Domande piccole. Pericolosissime. Non discutono le nostre spiegazioni. Le attraversano.
Forse è questo che perdiamo crescendo: non l’innocenza, che sarebbe retorica, ma l’impertinenza del bene. Il bene è impertinente. Arriva quando abbiamo fretta. Ci chiede di ascoltare chi ci annoia. Di fermarci quando potremmo passare oltre. Di chiedere scusa anche quando abbiamo qualche ragione. Di essere gentili con chi non potrà restituirci nulla. Di rinunciare all’ultima parola. Di fare un passo indietro senza che nessuno applauda.
Il bene, a pensarci, ha qualcosa di immaturo. Non impara mai del tutto come funziona il mondo. Ed è la sua salvezza. Forse abbiamo bisogno proprio di questa immaturità del bene. Non dell’ingenuità di chi non conosce il male, ma della testardaggine di chi lo conosce e rifiuta di impararne la grammatica. Perché forse diventare cinici significa semplicemente avere finalmente una buona spiegazione per tutto. Una per non fermarsi. Una per non vedere. Una per non perdonare. Una per non rischiare. Una persino per non amare più.
E quando una spiegazione riesce a farci dormire tranquilli davanti a ciò che dovrebbe tenerci svegli, forse non siamo diventati più adulti. Siamo soltanto diventati più vecchi dentro. Battiato cantava che ci vuole talento per invecchiare senza diventare adulti. Forse aveva trovato, senza volerlo, una definizione del bene. Il bene cresce, ma non impara. Invecchia, ma continua a stupirsi. Conosce tutte le spiegazioni e conserva qualche domanda. Sa che la vita è complicata, ma non permette alla complessità di diventare un alibi. E conserva una piccola, meravigliosa incapacità: non riesce ad abituarsi a ciò che non è umano.
Forse è questo il talento che ci manca. Non tornare bambini. Diventare adulti senza guarire del tutto dall’infanzia. E quando saremo diventati abbastanza esperti, prudenti, disincantati da sapere finalmente come funziona il mondo, sperare che sia rimasto dentro di noi almeno un bambino abbastanza indiscreto da guardarci negli occhi e domandarci: “Sì. Ma tu, perché sei diventato così?”.


