

Scelta felice quella degli organizzatori della Giornata di studi celebrata ieri in onore di Sandro Staiano di far combaciare l’evento con la festa degli ottant’anni della Repubblica e di dedicare una delle sessioni al tema della Repubblica e l’Europa. Questo per due motivi: innanzitutto, per l’attenzione che Sandro Staiano, come studioso, docente e direttore del Dipartimento di Giurisprudenza, ha sempre rivolto al fenomeno dell’integrazione europea. Poi, per il ruolo determinante che l’integrazione europea svolge nell’intero percorso della vita della Repubblica, dai sui primi vagiti sino ad oggi, contribuendo a plasmare in maniera decisiva le regole di base del nostro ordinamento.
Sono infatti fermamente convinto che la partecipazione dell’Italia alla straordinaria parabola dell’integrazione europea sia un elemento determinante per il progressivo perseguimento dei valori repubblicani come inseriti in Costituzione. Il primo, il più importante di tutti: la pace. L’idea stessa dell’integrazione europea nasce subito dopo il 1945 con il dichiarato obiettivo (“rivoluzionario” in quel momento) di preservare il continente da nuovi fenomeni bellici al suo interno, e pure i più tetragoni oppositori non possono non convenire che l’obiettivo è stato raggiunto.
Sul versante interno, questa intuizione è stata avvertita e recepita dal Costituente con l’inserimento tra i principi fondamentali della Costituzione dell’art. 11, uno dei più significativi dell’intero testo con il suo dichiarato ripudio della guerra e la sua apertura, addirittura con “limitazioni di sovranità”, ai fenomeni di cooperazione internazionale intesi a perseguire la pace. Chi ha studiato i lavori della Costituente sa che quel testo fu ispirato dai primi, embrionali passi dell’integrazione europea, e che se non si rinviene un riferimento esplicito all’Europa è solo perché si è preferito un testo che comprendesse anche esperienze di collaborazione più ampie, come la partecipazione alle Nazioni Unite. E risuonano ancora per la loro attualità le parole di Luigi Einaudi, che nel 1948 individuava i “nemici della pace” in coloro che intendono “conservare la piena sovranità dello Stato nel quale vivere” piuttosto che “dare appoggio a chi prometta di dar opera alla trasmissione di una parte della sovranità nazionale ad un nuovo organo detto degli Stati Uniti d’Europa”.
Quanto ai contenuti del diritto europeo, esso pervade oramai tutti i settori dell’ordinamento giuridico, contribuendo ad un progressivo avanzamento nella politica sociale, nella politica ambientale, nella protezione delle vittime dei reati e dei consumatori, nella tutela di una sana concorrenza, nel pluralismo dell’informazione e nella disciplina delle piattaforme tecnologiche e così via. Il tutto nell’ottica del pieno perseguimento dei valori costituzionali.
Va da sé che questi obiettivi possono essere conseguiti soltanto nel rigido rispetto delle regole di base dell’ordinamento europeo. L’integrazione europea non potrebbe funzionare senza il rigoroso rispetto di questi principi da parte di tutti gli Stati membri: essi si rinvengono nell’autonomia dell’ordinamento dell’Unione, nella diretta efficacia delle norme europee negli ordinamenti nazionali e nella loro posizione di superiorità rispetto alle regole interne.
L’alternativa è l’Europa alla carta, il primo passo per la disgregazione. E non nascondiamoci che operano menti raffinatissime (all’esterno ma purtroppo anche all’interno dell’Europa) che vogliono esattamente questo risultato, salvo poi rendersi conto, in colpevole ritardo, che l’alternativa sarebbe di gran lunga peggiore.
L’autore è professore di Diritto dell’Unione europea presso l’università di Napoli Federico II


